Maus non è un fumetto come gli altri. Non è una graphic novel classica e non è nemmeno la classica storia sulla Shoah e sulla persecuzione degli ebrei. O meglio, lo è, ma allo stesso tempo è anche qualcosa di più.
È la storia di Art Spiegelman, autore dell’opera vincitrice di uno Special Award del Premio Pulitzer, e di suo padre Vladek, ebreo polacco sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale e ai campi di concentramento nazisti. È la storia di un padre che racconta e di un figlio che prova ad ascoltare, ma soprattutto prova a capire.
Un sopravvissuto, non un eroe
Il grande protagonista di Maus è Vladek Spiegelman. La sua storia ci viene raccontata attraverso i suoi ricordi, mentre un Vladek ormai anziano ripercorre insieme al figlio ciò che ha vissuto durante la persecuzione degli ebrei, fino alla deportazione ad Auschwitz.
Ma Spiegelman compie una scelta fondamentale: non trasforma suo padre in un eroe.
Vladek è un sopravvissuto e viene raccontato in tutte le sue sfaccettature, con i suoi pregi e soprattutto con i suoi difetti. È un uomo anziano difficile, ossessivo, avaro, spesso esasperante. Art lo ama perché è suo padre, ma allo stesso tempo lo sopporta a fatica e non prova mai a nasconderlo al lettore.
Anche il Vladek del passato non viene rappresentato come un uomo senza macchia destinato a salvarsi grazie alle proprie virtù. È intelligente, scaltro, estremamente capace di adattarsi e queste caratteristiche contribuiscono alla sua sopravvivenza. Ma Maus non suggerisce mai che chi è sopravvissuto lo abbia fatto perché fosse migliore di chi è morto.
Vladek poteva sopravvivere così come poteva morire. Come milioni di altre persone. Ed è proprio questo a renderlo così umano: non è l’eroe di una storia sull’Olocausto, ma un uomo normale che è riuscito a sopravvivere a qualcosa di mostruoso e che continuerà a portarne il peso per tutta la vita.

Un padre racconta, un figlio deve raccontarlo
Maus, però, non è soltanto la storia di Vladek. È anche la storia di Art che cerca di raccontare suo padre.
Il fumetto si muove continuamente tra passato e presente, alternando i ricordi della guerra alla quotidianità dei due protagonisti. Mentre Vladek racconta, assistiamo alle discussioni con il figlio, alle incomprensioni, alle domande di Art e alla crescente difficoltà dell’autore nel capire cosa significhi trasformare quella testimonianza in un’opera.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che più mi ha colpito.
Art non nasconde mai i propri dubbi. Continua a interrogarsi sulla legittimità di quello che sta facendo: è davvero in grado di raccontare una storia così enorme? Il fumetto è uno strumento adatto per rappresentare l’Olocausto? E soprattutto, chi è lui, cresciuto lontano da quell’orrore, per raccontare qualcosa che non ha mai vissuto?
Spiegelman non elimina queste domande dalla versione finale dell’opera. Al contrario, decide di metterle dentro Maus, rendendo il suo stesso dilemma parte integrante del racconto.
Non ci mostra soltanto la memoria di Vladek, ma anche la fatica di Art nel riceverla.
Topi, gatti, maiali e uomini
La scelta visiva più famosa di Maus è quella di rappresentare i diversi popoli attraverso animali: gli ebrei sono topi, i tedeschi gatti, i polacchi maiali. Una rappresentazione apparentemente semplice, che utilizza immediatamente l’immagine del predatore e della preda, ma che con il procedere della storia diventa sempre più complessa.
Dietro quei volti animali continuano infatti a esserci esseri umani, con identità che non possono essere realmente ridotte a categorie così semplici. E Spiegelman arriva progressivamente a mettere in discussione persino il linguaggio che lui stesso ha creato.
È qui che compare una delle immagini più potenti dell’intera opera. A un certo punto Art non riesce più nemmeno a rappresentarsi semplicemente come un topo. Si disegna come un uomo che indossa una maschera da topo.
Art è ebreo, ma non ha vissuto ciò che hanno vissuto i suoi genitori. Non è stato perseguitato, non è stato deportato, non è stato ad Auschwitz. È cresciuto in un altro mondo e proprio per questo sembra quasi chiedersi quanto possa davvero sentirsi parte di quella storia.
Eppure quella storia è inevitabilmente anche sua.

Il fratello che non è mai cresciuto
Questo peso emerge in maniera ancora più profonda nel rapporto di Art con Richieu, il fratello maggiore morto durante la guerra e che lui non ha mai conosciuto.
Richieu esiste per Art attraverso una fotografia e attraverso il ricordo dei genitori. È un fratello con cui non ha mai potuto parlare, litigare o confrontarsi, ma la cui presenza continua comunque ad accompagnarlo.
Soprattutto, Richieu non ha mai avuto la possibilità di crescere. Non ha avuto il tempo di sbagliare, di deludere i genitori o semplicemente di diventare una persona adulta con tutti i propri difetti. Nella memoria rimane per sempre un bambino, quasi una versione ideale di ciò che avrebbe potuto essere.
Art, invece, è vivo. E proprio per questo può sbagliare.
Il confronto con un fratello morto diventa quindi impossibile: Art finisce per sentirsi in competizione con un futuro che non è mai esistito, ma che può essere immaginato come perfetto proprio perché non ha mai avuto la possibilità di diventare reale.
Raccontare senza tradire
Ed è forse qui che emerge il vero conflitto di Maus. Art vuole raccontare suo padre senza trasformarlo in qualcosa che non è. Vuole preservarne la testimonianza, ma allo stesso tempo non vuole costruire una versione idealizzata di Vladek soltanto perché è un sopravvissuto.
Raccontarlo significa quindi anche mostrarne i difetti, le contraddizioni e gli aspetti più difficili da accettare. Significa, in qualche modo, scegliere la verità al posto della celebrazione.
Ma quella stessa scelta pesa sull’autore, perché raccontare una persona significa inevitabilmente decidere cosa mostrare di lei. Art ne è consapevole e Maus non cerca mai di nascondere questo problema. Al contrario, lo mette continuamente davanti agli occhi del lettore.

Il peso della memoria
Alla fine Maus parla certamente della Shoah, della persecuzione e della sopravvivenza. Ma parla anche di quello che succede dopo. Di ciò che rimane nelle persone che sono sopravvissute e di quello che, inevitabilmente, viene trasmesso anche a chi quell’orrore non lo ha vissuto direttamente.
Vladek porta il peso di essere sopravvissuto. Art porta il peso di essere figlio di chi è sopravvissuto e quello di doverne raccontare la storia.
Ed è proprio attraverso il rapporto tra questi due pesi che Maus riesce ad andare oltre la semplice testimonianza storica. Spiegelman ci ricorda che ricordare è necessario, forse vitale. Ma la memoria non può limitarsi a conservare il passato come qualcosa di immobile. Deve essere raccolta, interrogata, interiorizzata e trasmessa, anche quando farlo significa confrontarsi con le sue contraddizioni.
Perché ricordare non significa soltanto sapere cosa è successo.
Significa capire cosa farne, oggi.
Se vi abbiamo convinti a leggerlo, potete trovarlo qui.
Titolo: MAUS
Autore: Art Spiegelman
Editore: Einaudi
Prezzo: 28,00 € – Due Volumi
VOTO FINALE: 8/10
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