Come può una serie animata parlare di malavita, debiti economici, violenza di genere, relazioni tossiche, depressione, bullismo, omicidi e disagio sociale senza risultare mai pesante?
Semplice: Zerocalcare.
Michele Rech torna su Netflix con Due Spicci, la sua terza serie animata dopo Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo. E dopo l’evento di presentazione a Roma, una cosa è diventata evidente: Zerocalcare è ormai un fenomeno culturale che va ben oltre il fumetto. Muove persone, riempie piazze e genera aspettative come pochi altri autori italiani contemporanei. Per certi versi, è difficile non fare un paragone con i grandi mangaka giapponesi: artisti capaci di trasformare la propria visione del mondo in qualcosa che parla a un’intera generazione.
E quindi rispondo subito alla domanda che probabilmente vi ha portato qui: sì, secondo me Due Spicci è la migliore serie animata realizzata finora da Zerocalcare.
Un autore che non deve più presentarsi
Uno dei motivi principali è che questa volta Zero non deve più spiegare chi è. Le prime due serie, per quanto ottime, avevano anche il compito di introdurre al grande pubblico il suo universo narrativo. Per questo molti temi, personaggi e situazioni arrivavano direttamente dalle sue opere cartacee o ne rappresentavano una rielaborazione. Due Spicci, invece, sembra compiere un passo ulteriore.
Le radici restano quelle che i lettori conoscono bene, ma la storia raccontata qui è nuova, autonoma e libera di percorrere strade diverse. Si percepisce chiaramente la sensazione di un autore che non deve più conquistare il pubblico, ma può finalmente permettersi di portarlo dove vuole lui.
Più dura, più profonda, più vera
Non fraintendetemi: si ride ancora tantissimo. L’Armadillo, interpretato ancora una volta da Valerio Mastandrea, è in stato di grazia. Le citazioni pop, le ossessioni nerd, i comprimari storici e quel modo unico di raccontare la quotidianità romana continuano a funzionare alla perfezione.

Ma questa volta la risata ha un sapore diverso.
Più che nelle opere precedenti, Zerocalcare riesce a usare l’umorismo come un cavallo di Troia. Ti fa abbassare la guardia, ti fa ridere e subito dopo ti colpisce con una lucidità devastante. È quella sensazione strana di sorridere mentre qualcosa dentro di te si stringe. Di ridere con un occhio e ritrovarti a trattenere una lacrima con l’altro.
I temi non sono necessariamente nuovi per chi segue l’autore da anni. La vera novità è il punto di vista con cui vengono affrontati.
Una storia di quartiere che parla a tutti
Senza entrare in territorio spoiler, Due Spicci segue una vicenda che affonda le proprie radici nel passato dei protagonisti e nelle conseguenze che quel passato continua ad avere sul loro presente.
Attorno alla trama principale si intrecciano numerose sottotrame che affrontano problemi economici, rapporti familiari complicati, amicizie messe alla prova dal tempo, dinamiche di violenza e persone che cercano disperatamente di trovare il proprio posto nel mondo.
Come spesso accade nelle opere di Zerocalcare, il racconto parte da Rebibbia ma finisce per parlare di qualcosa di molto più universale. Perché dietro i riferimenti locali, i dialetti e le esperienze personali, ci sono paure, errori e fragilità che appartengono un po’ a tutti.
Quando si diventa adulti davvero
L’aspetto che più mi ha colpito della serie è probabilmente il senso di maturità che attraversa ogni episodio. Non tanto una maturità narrativa, che era già presente nei lavori precedenti, quanto una maturità umana.

Due Spicci sembra raccontare il momento in cui smetti di pensare che ogni problema abbia una soluzione perfetta. Quel passaggio inevitabile in cui capisci che crescere significa anche accettare i propri limiti, riconoscere che non puoi salvare tutti e che alcune ferite non si chiudono semplicemente con la buona volontà.
È una consapevolezza dolorosa, ma profondamente autentica. E proprio per questo riesce a colpire così forte.
Un linguaggio sempre più ambizioso
Anche dal punto di vista visivo la serie mostra una sicurezza diversa. L’animazione mantiene quello stile immediatamente riconoscibile che ha reso celebre Zerocalcare: grezzo, diretto, apparentemente semplice. Ma sotto la superficie si percepisce una maggiore libertà espressiva. Le metafore visive non servono più soltanto a trasformare concetti complessi in gag memorabili. Diventano strumenti narrativi veri e propri, capaci di dare forma concreta a emozioni come l’ansia, il rimorso, la precarietà e il peso dei ricordi.
Inoltre la serie si concede qualcosa che in passato utilizzava meno: il tempo.
Tempo per fermarsi. Tempo per osservare. Tempo per lasciare che una scena o un’immagine sedimentino nello spettatore senza la necessità di una battuta immediata. È una scelta che rende Due Spicci meno frenetica, ma anche più incisiva e stratificata.
Un finale che non cerca scorciatoie
La cosa che ho apprezzato più di tutte, però, è il finale. Non perché sia felice. Anzi.
È un finale dolceamaro, di quelli che non cercano scorciatoie emotive e non regalano soluzioni miracolose. Le vite dei protagonisti trovano un equilibrio, forse persino una direzione, ma non diventano improvvisamente perfette. Ed è proprio questo a renderlo così efficace.
Perché la realtà raramente offre un “vissero tutti felici e contenti”. Molto più spesso ci concede dei rattoppi, delle tregue, dei compromessi. Ci permette di andare avanti anche quando tutto non è risolto. Due Spicci lo capisce benissimo e sceglie di restare fedele a questa verità fino all’ultimo minuto.
E forse è proprio per questo che, tra tutte le opere animate di Zerocalcare, è quella che mi è rimasta più addosso.



