Stacy è l’ultimo, disturbante e intensissimo libro di Gipi. Un’opera che sfugge a ogni definizione netta, dove racconto e riflessione si confondono, si intrecciano, si negano a vicenda e si contaminano. Al centro della storia c’è Gianni, alter ego dichiarato dell’autore, che si muove tra due piani narrativi: quello reale, fatto di interazioni sociali e ricordi scomodi, e quello mentale, immaginifico, costruito attorno alla presenza di un demone interiore che lo accompagna e tormenta. Il lettore è subito immerso in un flusso narrativo discontinuo, tra episodi sospesi, sarcasmi appena accennati e frasi interrotte, in un continuo gioco tra dire e non dire, lasciar intendere e il ritrarsi.
“Le ragazze hanno sempre ragione”: la realtà che brucia
Stacy prende spunto da una vicenda reale e personale che ha coinvolto Gipi nel 2020. Sul suo profilo Instagram pubblicò una storia a fumetti intitolata “Il commissario Moderno”. La storia racconta il caso di Marisa, una ragazza che si presenta da un commissario denunciando di essere stata picchiata da Andrea. Il commissario, senza esitazioni, le crede e si dice pronto ad arrestare l’aggressore: “Perché è una donna, e alle donne si deve credere sempre”.
Ma il colpo di scena arriva subito dopo: Andrea è anch’essa una donna. La dinamica, che sembrava chiara e moralmente inquadrata, si complica. Il fumetto, attraverso questa inversione, pone una domanda scomoda e ambigua, mettendo in discussione la retorica semplicistica del “credere sempre e comunque”, e scatenando una shitstorm feroce. In molti lessero la storia come un attacco alle vittime o come una banalizzazione di un tema estremamente delicato come la violenza di genere.
Le critiche arrivarono soprattutto da ambienti femministi e intellettuali, che accusarono Gipi di insensibilità e superficialità. Ma al centro della questione, forse, c’era proprio l’incomprensione reciproca: tra l’ironia dell’autore e la sensibilità del pubblico, tra la provocazione e la percezione. Stacy nasce in questo spazio di frizione, come una risposta indiretta, una riflessione elaborata e profonda, che prende le mosse da quell’incendio comunicativo e lo trasforma in materia narrativa e psicologica.
Stacy è il tentativo di rielaborare quella vicenda, mescolando confessione, difesa, ironia e critica.

La realtà, la mente, e la linea sottile che li divide
La stessa cosa accade anche al protagonista del libro Gianni che, dopo un scelta sbagliata di parole durante un’intervista, viene messo all’angolo e bersagliato di critiche e accuse. Il protagonista comincia a pensare che i suoi stessi pensieri, i suoi sogni, possano essere veri. Parla con sé stesso, con il suo lato oscuro, e cerca un modo per accettare la shitstorm che gli è piombata addosso. Ma noi lettori fatichiamo a capire se ciò che ci viene raccontato stia realmente accadendo, o se sia tutto una costruzione mentale, un’allucinazione narrativa, una confessione camuffata. È proprio questa ambiguità a tenere viva la tensione.

Uno dei bersagli principali del libro è la cultura esasperata del politicamente corretto, che l’autore non teme di ridicolizzare. Non lo fa con volgarità gratuita, ma con un sarcasmo spiazzante e un’ironia velenosa, mirata contro le ipocrisie delle grandi narrazioni culturali. L’inclusività forzata, i significati “alti” dati ad azioni o contenuti palesemente banali (come “le donne cagano” o “la sensibilità della pappagalla”), diventano bersagli che Gipi colpisce senza mezzi termini, mettendo in luce una superficialità diffusa travestita da profondità.
E in fondo, la domanda che ci accompagna lungo tutta la lettura è sempre la stessa: quanto è importante lo sguardo degli altri? E quanto è giusto lasciarsi definire da esso?
Disegno essenziale, linguaggio disturbante
A livello stilistico, Gipi adotta un registro minimale. Si spoglia di ogni orpello. Rinuncia al colore, ai virtuosismi, all’effetto. Lavora con pochi tratti per raccontare molto. C’è solo l’essenziale, eppure c’è un’estrema cura per le espressioni, per la tensione nei volti, per il non detto che si legge nei tratti. In alcuni momenti, ci sono vere e proprie pareti di testo, oppure estratti di sceneggiatura, a spezzare la narrazione e a disorientare. Ogni cambio di registro è come uno schiocco di dita a un centimetro dall’orecchio del lettore: impossibile abituarsi, entrare davvero “dentro” la storia. E proprio per questo si è costretti a restarci.
Interessante anche l’uso dello spazio nelle vignette: quando Gianni parla con gli altri, le vignette sono piccole, claustrofobiche, i personaggi sembrano strabordare dai margini. Quando invece parla con sé stesso o col suo demone, le vignette si dilatano, perdono i contorni, diventano ampie, quasi eteree. Solo nel dialogo interiore è davvero libero.

Un libro che pretende una rilettura
Predomina in Stacy un senso costante di oppressione, angoscia, cupo grigiore. Come ha raccontato lo stesso autore in più interviste, il libro è in sintonia con l’argomento: sgradevole, provocatorio, perfino desolato. Eppure Stacy è anche una forma di terapia, di catarsi: un esercizio immaginativo e creativo con cui Gipi sembra voler sublimare un’esperienza dolorosa, per trovare una forma di equilibrio, se non di pace.
È un libro che non si lascia esaurire in una sola lettura: ogni pagina è carica di spunti, messaggi, dettagli da cogliere, strati di significato che si rivelano piano piano. È un grido trattenuto, un’autodifesa travestita da satira, un’opera scomoda, che non cerca approvazione e anzi, mette a disagio, come forse dovrebbe fare ogni buon fumetto contemporaneo.
Quanto è importante lo sguardo degli altri?
Forse la vera domanda che attraversa tutto Stacy è questa: quanto conta lo sguardo degli altri? Quanto condiziona ciò che siamo, ciò che facciamo, ciò che osiamo immaginare? Per Gipi, e per Gianni, sembra contare troppo. Ma allo stesso tempo c’è il tentativo, disperato, ironico, viscerale di liberarsene.
Ma, forse, alla fine, l’unica verità che Stacy riesce a restituirci con chiarezza è questa. Una frase che emerge tra le pagine con la forza di una resa:
“Il fatto è che non credevo che lo sguardo degli altri fosse, per me, tanto importante.”
E invece lo è. Per Gianni. Per Gipi. E, forse, anche per noi.
Se vi abbiamo convinti a leggerlo, potete trovarlo qui.
Disclaimer: dentro i nostri articoli usiamo link affiliati di Amazon. Se compri passando da lì, ci dai una mano a tenere in piedi il nostro piccolo angolo nerd (e a non vivere solo di ramen istantanei). Grazie di cuore! 💚



