Quando inizi a leggere e soprattutto guardare video sia sui giochi da tavolo che sui videogiochi salta all’occhio una lampante differenza. Non è determinata dalla qualità dei giochi, né dalla competenza di chi recensisce. È più una questione di tono, di funzione della recensione e, soprattutto, di cultura del medium.
NQuando inizi a leggere articoli o guardare video sui giochi da tavolo e sui videogiochi, emerge subito una differenza evidente. Non riguarda la qualità dei titoli né la competenza di chi recensisce. È una questione di tono, di funzione della recensione e, soprattutto, di cultura del medium.
Nel mondo dei videogiochi la recensione è spesso un verdetto. In quello dei giochi da tavolo, molto più spesso, è una mediazione.
Il videogioco nasce e vive dentro una struttura industriale pesante con costi di sviluppo altissimi, anni di attesa, marketing aggressivo, hype costruito con precisione chirurgica. Le aspettative si polarizzano prima ancora dell’uscita e la community diventa identitaria. Un gioco non è solo un prodotto, è una bandiera. Quando delude, non fallisce soltanto come esperienza ludica, ma come promessa.
È qui che la recensione smette di essere analisi e diventa sfogo. Il linguaggio si carica di giudizi morali, l’errore diventa tradimento, il voto negativo assume il peso di una presa di posizione etica. Non si recensisce più solo il gioco, ma chi l’ha fatto e chi lo difende. All’estremo opposto, le grandi testate finiscono talvolta per assegnare voti sorprendentemente alti a prodotti che sembrano andare poco oltre la sufficienza. Un meccanismo che ricorda più la ricerca di favori e accessi esclusivi che una valutazione critica indipendente.
Queste dinamiche emergono molto meno nel mondo dei giochi da tavolo, pur parlando sempre di giochi. I costi sono più contenuti, la fruizione è mediata da un tavolo, il pubblico è più ristretto e spesso più consapevole. Anche quando i prezzi di alcuni gioconi arrivano a superare quelli di molte limited edition videoludiche, difficilmente si percepisce la volontà di costruire recensioni artificialmente esaltate per pregarne una copia gratuita.
In questo contesto spiccano due eccezioni virtuose per capacità critica: No Pun Included e Shut Up & Sit Down. La loro forza non sta nel decretare se un gioco sia “buono” o “cattivo” in senso assoluto, ma nel chiarire per chi funziona, in quale contesto e perché. La recensione diventa così un invito alla scoperta o, altrettanto legittimamente, un avvertimento gentile: “forse non è per te”.
Nel videogame journalism, invece, la recensione negativa fa click. L’indignazione converte. In un mercato saturo e rumoroso, alzare la voce diventa il modo più rapido per emergere. Si crea così un circolo vizioso: più il tono si inasprisce, più l’algoritmo lo premia, più quell’asprezza diventa la norma.
Nel mondo dei giochi da tavolo questa logica attecchisce molto meno. Il pubblico cerca consigli, non polemica. Vuole far capire se un gioco funzionerà con il tuo gruppo, non per far assistere a un’esecuzione pubblica. Chi recensisce, nella maggior parte dei casi, ama il medium prima ancora del singolo prodotto. Il mercato è piccolo, le relazioni contano, e bruciare ponti significa impoverire l’ecosistema.
Non è un caso che anche le recensioni più dure di Shut Up & Sit Down mantengano un tono curioso, quasi affettuoso. Si può dire che un gioco non funzioni senza umiliarlo. Nel gioco da tavolo, un titolo che non funziona non è necessariamente sbagliato: è inadatto a quel gruppo, a quel momento, a quella sensibilità. Questa prospettiva è centrale anche in No Pun Included, dove l’attenzione si sposta spesso sulle dinamiche sociali che un gioco crea o distrugge, più che sulle meccaniche isolate.
Il videogioco viene trattato come prodotto industriale, con tutto il carico di aspettative, delusioni e conflitti che questo comporta. Il gioco da tavolo, più spesso, come oggetto culturale e sociale, che esiste davvero solo nel momento in cui viene condiviso. Non è una questione di superiorità morale di un medium sull’altro, ma di struttura, di economia e di linguaggio. Finché queste differenze resteranno, continueremo a leggere recensioni che sembrano provenire da due mondi diversi, anche quando parlano, in fondo, della stessa cosa: giocare.



